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Inventar parole con Andrew Clements

Clements_Drilla“Le parole sono ancora necessarie a tutti. Le parole servono per pensare, per scrivere, per sognare, per sperare e per pregare. Ed è per questo che amo il dizionario. Dura nel tempo. Funziona. E, come ora sai, cambia e cresce, anche.”

Sono due gli effetti immediati che “Drilla”, il romanzo di Andrew Clements pubblicato negli USA nel 1996 con il titolo di “Frindle” (in Italia edito da Rizzoli), ha provocato su di me: primo, comprare un dizionario etimologico da 2000 pagine; secondo: avere una voglia irrefrenabile di inventare una parola nuova.

Il che mi ha portato a una serie di scoperte. Innanzitutto, un dizionario etimologico costa tanti soldi, ma ero così motivato a ricercare la “quint’essenza dell’etimologia” (dal greco étymon, intimo), che non mi sono lasciato scoraggiare dal costo in tripla cifra. E mi è bastata una settimana per averne conferma: pescare parole è un esercizio sorprendente, piacevole, rilassante, un vero toccasana. Un’ora al giorno può bastare per far respirare e mettere ordine all’infinità di parole che nuotano in testa (e che il mondo affolla con velocità).
Al contrario, riguardo al secondo desiderio scaturito dalla lettura, ho scoperto che inventar parole nuove è terribilmente difficile.

Ma cosa ha generato tutto questo?

“Drilla” è una storia che si legge tutta d’un fiato, ambientata in una scuola elementare americana. Nick fa la quinta elementare e Mrs Granger, la sua maestra, ama il dizionario, al punto che ogni giorno elegge una parola (la parola del giorno appunto) della quale la sua classe dovrà scoprirne, attraverso il dizionario, il significato più intimo, l’origine.

La storia spicca il volo quando Nick decide di non usare più la parola penna, sostituendola con una nuova di zecca, inventata da lui: drilla.

“Chi lo dice che cane vuol dire cane? Tu, Nicholas. Tu, io, la classe intera, la scuola, tutto il paese”, dice Mrs Granger.

È vero, siamo noi che diamo senso e storia alle parole. Questa è la grande scoperta di Nick.
E allora perché non provare a costruire una storia alla parola drilla?
Sì, certo, penna ha un senso. Si chiama così perché, in tempi remoti, per scrivere si usavano piume di pennuti. Ma Nick rivendica la possibilità di poter inventare una parola: trova la collaborazione (o meglio, l’alleanza) dei suoi amici, della sua classe, di tutta la scuola e inizia un braccio di ferro con la maestra Granger.

In poco tempo, l’ascesa della parola drilla sembra inarrestabile, ha ormai vita propria, è patrimonio di tutti.
La storia continua tra foto di classe in cui si dice “drilla” al posto di “cheese”, rocamboleschi servizi al telegiornale e una commercializzazione su scala mondiale di magliette drilla. La parola è talmente inflazionata che annoia il suo stesso inventore.
Non vi svelerò il finale commovente della storia, contenuto in una lettera, letta dieci anni dopo essere stata scritta, in cui si svela l’intelligenza di Mrs Granger. In fClements_Drilla2ondo, la sua resistenza giusta, ben calibrata, si è rivelata funzionale all’avanzare del nuovo.

Ogni bella storia ha bisogno di un cattivo, non pensi?

La maestra confessa di essere felice che una sua lezione si sia trasformata in un esperimento socio-linguistico su scala mondiale.

“Drilla” è un racconto per tutti.
Con i bambini e i ragazzi è un libro perfetto per giocare e ragionare sul linguaggio, per perdersi nell’avventuroso esercizio di inventar nuove parole e, perché no, infondere un po’ di sano spirito innovativo.

È proprio di questi giorni la notizia, ripresa da molti media, della risposta dell’Accademia della Crusca a una parola che bussava alla porta del vocabolario, “Petaloso”, inventata da un bambino della scuola elementare di Copparo (Fe).
La risposta merita di essere letta. E non fatevi sfuggire la citazione finale.

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