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Il Gioco dei Perché

All’interno di “Tempo di Libri”, la Fiera di Milano dedicata ai libri che si è svolta dal 8 al 12 marzo, sono stato coinvolto nel bel progetto de “Il gioco dei perché”.
Il Gioco dei Perchè (Michele D'Ignazio)3Il grande autore Dino Buzzati, alla fine degli anni ’60, curava una rubrica sul Corriere dei Piccoli, intitolata “I perché”.
I bambini inviavano le loro lettere con i loro perché e lo scrittore tentava di trovare una risposta.
A distanza di quasi 50 anni, questi perché sono stati ripescati e ridistribuiti ad alcuni scrittori, tra cui me. Ho dovuto quindi intavolare un incontro intorno a questa domanda:

Perché quando i grandi dicono forse vogliono dire mai?

È stato un progetto stimolante e divertente. Spero possa continuare, avendo anche la possibilità di attualizzarlo, con i perché dei bambini di oggi. Di seguito, una breve sintesi di ciò che ho detto ai ragazzi.

Il Gioco dei Perchè (Michele D'Ignazio)

Perché quando i grandi dicono forse vogliono dire mai?

Innanzitutto, bisogna stare attenti a non generalizzare. Non tutti i grandi dicono così spesso “forse”. E non tutti i grandi, quando dicono “forse”, in realtà vogliono dire “mai”.

Detto questo, è anche vero che i grandi tendono a rimandare.
Tendono ad essere pigri
Tendono a non rispondere subito alle domande dei bambini. A non accontentare o dissentire sulle loro richieste.
Forse, a volte, significa incertezza. E questo non è qualcosa di positivo, perché ruba lentamente tutto il nostro coraggio.

Ma forse, a volte, significa anche dubbio. È un forse umile. Che si prende un po’ di tempo per cercare la cosa da dire o da fare. È un forse che scaturisce filosofia.

Ho allora chiesto ai ragazzi: sapete cos’è la filosofia?

E per aiutarli ho letto delle risposte che alcuni bambini hanno dato a Massimo Iiritano, maestro di filosofia e amante dell’arte di ragionare con i più piccoli. Tra quelle riportate da Massimo, queste sono alcune delle risposte che mi sono piaciute di più.

“Io penso che il mondo è una domanda. La parola d’ordine è: «Perché»” (Michelle)

             “La filosofia mi piace perché ci risponde e ci fa capire che sappiamo capire tutto dappertutto” (Robert)

“Mi ha aiutato a ragionare e a capire che le cose non so sono chiuse dentro di me. È facendomi tante domande che riuscirò a tirarle fuori” (Helena)

 “Quando ci facciamo molte domande, diventiamo scultori di filosofia” (Michele)

 “La filosofia è il perché delle cose. Ci fa capire delle cose che noi pensiamo di non sapere” (Giulia)

“La filosofia mi piace perché è molto colorata!” (Christian)

I FORSE BUONI E QUELLI CATTIVI

Dopo aver ragionato con i ragazzi sull’importanza dei perché, delle domande e dei dubbi, li ho invitati a riflette su quali sono, secondo loro, i forse buoni e quali quelli cattivi.

Come distinguere il forse buono, che cerca una risposta, dal forse cattivo, che invece è una strada senza uscita e non ci fa andare da nessuna parte?
In fondo, io credo, non è così difficile.

Il forse buono è detto da una testa e una mente pensierosa, che ti guarda negli occhi.

Il forse cattivo è detto da una mente sbrigativa, che non ti guarda negli occhi e a volte sbruffa anche.

Il forse buono cerca la risposta con te. Ha quindi a che fare con lo stare insieme.

Il forse cattivo non cerca risposte, né con te né senza di te. Ha a che fare con l’isolamento.

Il forse buono è una parola che si trasforma, diventerà qualcos’altro, è metamorfosi e cambiamento. Ed è accompagnata da altre parole. Forse domani… forse, ci penserò! Anzi, pensiamoci insieme! Forse ci riusciremo. Basta crederci e mettersi d’impegno, collaborare!

Il forse cattivo rimane sempre un forse e nulla più e non porta a nulla di buono

Il forse buono arrossisce, perché all’inizio ci si vergogna un po’ di non saper dare una risposta. Ma è un arrossire sano, positivo, pieno di vita, di empatia e simpatia.

Il forse cattivo è bianco e freddo, come un pezzo di ghiaccio. E rischia di non sciogliersi mai.

Il forse buono ti chiede un po’ di tempo in più, magari del lavoro, anche sacrifici, ma poi è un tempo che ti verrà regalato e restituito.

Il forse cattivo non va mai oltre quel secondo che serve per sentirlo pronunciato: forse.

I FORSE NARRATIVI

Sapete inoltre cosa ho fatto, quando mi è stato chiesto di ragionare sui forse e passare quest’ora e mezza in vostra compagnia? Sono andato a ricercare tutti i forse contenuti nei miei racconti.
E sapete cosa ho scoperto?
Che sono tanti!
Allora ho deciso di leggervi solo quelli dall’ultimo libro, “Storia di una matita. A casa“. Partiamo da questo:

Nel giro di poco tempo si era trovato un
lavoro come disegnatore di strada e aveva
attirato l’attenzione di un grande magnate
della televisione, che voleva dedicargli uno
dei suoi programmi tv.
Ma questa è un’altra storia… O forse no?

Che forse è? Direi… misterioso.

Ma all’improvviso un rumore strano, acuto,
si levò dall’automobile. Forse era ingolfata.
Anzi no, era…
Drin… Drin…

Questo è un forse che noi narratori usiamo spesso. Serve per sviare il lettore, in senso buono. Serve per indicarvi una strada, che sappiamo essere sbagliata, per poi dirvi. Ma no! Stavo scherzando, questa è la strada giusta. Così l’effetto sorpresa sarà maggiore!

“Non si starà mica trasformando in una
quercia?” pensò Lapo, ricordandosi di quella
volta in cui, dopo un forte raffreddore, lui si
era trasformato in matita. Forse, la metamorfosi
era un vizio di famiglia!

Questo è un forse che mette dubbi.

Forse, non solo Lapo si era trasformato in una gigantesca matita, ma anche il padre rischiava di trasformarsi in un albero gigantesco, con rami al posto delle braccia. E al posto dei capelli una chioma rigogliosa e carica di frutti rossi!

Questo è anche un forse che i narratori usano tantissimo nei loro racconti.
Domanda: Sono forse buoni o sono forse cattivi?
Io credo che siano tutti forse buoni. Innanzitutto perché non vogliono mai dire mai. E poi perché, con lentezza, a poco a poco, tutti questi dubbi che faccio nascere nella testa dei lettori, troveranno delle risposte o, ancora meglio, delle ipotesi di risposte.

Forse Lapo avrebbe dovuto dedicare più
tempo a se stesso, ai suoi sogni.

Questo è proprio il forse della filosofia. Il forse della riflessione.

Dedicare più tempo a se stesso. Oppure ai genitori? Oppure a Mirella, di cui è innamorato? Oppure al suo paese? Eh, sono domande che tutti ci facciamo? Tempo, ce n’è tanto, ma non tantissimo e, a volte, dobbiamo fare delle scelte. E decidere a chi dedicare più tempo.

Forse, disegnando con i bambini, avrebbe
trovato una risposta alle sue domande. Forse,
quella particolare matita lo avrebbe aiutato a
sciogliere i dubbi e a schiarire le idee.

Questi ultimi forse sono letteralmente i fuochi d’artificio di un racconto, prima di arrivare alla fine. Eh sì, perché qui siamo quasi alla fine. Ascoltate bene:

Il cuore iniziò a battergli forte.
“Forse sono già partiti.”
“Forse ho sbagliato piano.”
“Forse ho sbagliato palazzo.”
“Forse, nella fretta, e con la testa fra le
nuvole, ho pure sbagliato città.”
Quanti dubbi, quanti pensieri!
“Forse dovrei andar via.”
Si stava proprio agitando.
Fu in quel momento che udì un click…

UN FORSE FORTE

Concludiamo con un gioco di parole. A me piacciono tanto e i miei racconti ne sono sempre conditi. Ma questo l’ho scritto appositamente per questa occasione.

Avvertenza. All’inizio, con i giochi di parole, non ci si deve capir niente. È come un vento forte di parole che ti trascina, ti sbalza via. Poi, magari, rileggendolo una seconda volta, con calma e con lentezza, si inizia a capirci qualcosa.

E se, forse, come dei forsennati, fossimo nati, senza bisogno di domande che facciano din don nella nostra testa? No, sarebbe troppo facile, meglio avere nella nostra testa una foresta di perché, capaci di trasformar tutti quei forse in sì oppure in no, in degli orgogliosi “io so” oppure in dei più scoraggianti “io non ci sto capendo proprio niente…”
Ma questo è il bello della mente, che, a ben pensarci, mai mente!
Vi auguro perciò che ogni vostro forse non diventi mai un mai, ma che sia invece un modo per far il vostro sé, sempre più for – te!

L’IMMEDIATEZZA DEI PIU’ GIOVANI

Vi leggo, per concludere, questa parte del mio primo romanzo, “Storia di una matita”, Storia di una matita (copertina)che, forse, c’entra con questa domanda e con il vizio di rimandare le possibili risposte.

“Ma come fai a mangiare? Quella non è una bocca, è un disegno!” esclamò il bambino.
“Eh, un giorno, forse, queste cose le capirai…” disse Lapo al bambino!
“Io le voglio capire ora!

I bambini hanno un grande bisogno di immediatezza.
Noi grandi siamo troppo influenzati dal passato e dal futuro. Pensiamo troppo spesso a quello che è stato (e che ha anche costruito il nostro carattere e ciò che facciamo) e a quello che saremo o vorremmo essere.

I bambini, invece, camminano mano nella mano con il presente. E questa è una grande fortuna, una capacità. E permette loro di farselo amico, il tempo.

Anche qui, però, c’è un… però!

L’immediatezza è parente stratta della spontaneità. E molto spesso è un bene, una ricchezza. Ma a volte bisogna anche aspettare. Anzi, l’attesa, se si sa come prenderla, rende le cose più belle, una volta che si realizzano. L’importante è che non si trasformi in mai.

Quindi ragazzi, per concludere, dovete stare attenti e vigilare. E non avere paura di tutti i “forse”. Se qualcuno vi dice “forse” non per forza vi dovete arrabbiare.
Ma allo stesso tempo state dovete saper riconoscere i “forse” buoni da quelli cattivi. Quando ne individuate uno, e siete proprio sicuri del fatto vostro, allora sì arrabbiatevi, indignatevi, fate sentire la vostra voce!

Il Gioco dei Perchè (Michele D'Ignazio)4

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