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Ogni cosa è illuminata

(Intervista rilasciata a Irene Cerreti, per la sua tesi di laurea dedicata ai libri che ho scritto)

1-Mi parli della sua infanzia. Lei è calabrese, ma ho visto in una sua intervista che i suoi genitori, poco dopo la sua nascita, si sono trasferiti per 2 anni in Usa. In che parte è stato?

Ad Athens Ohio, una piccola cittadina al centro dello stato dell’Ohio. Sono stati due anni molto belli. I miei primi ricordi si riferiscono proprio a quel periodo e la prima lingua che ho imparato è stato l’inglese, una vera fortuna. C’è da aggiungere che ci spostavamo spesso. I miei genitori adoravano viaggiare e hanno sfruttato bene quel periodo di permanenza negli States per visitare la California, l’Arizona e tutta la costa Est, dalla Florida a Boston, passando per New York, dove andavamo spesso, avendo dei parenti che ci garantivano sempre una fantastica ospitalità.

In quei due anni sono cresciuto in un ambiente multiculturale. I miei migliori amici si chiamavano Kelvin e Mugnarasi, entrambi avevano origini africane, ma c’erano molti indonesiani, palestinesi, messicani e vietnamiti.

2- Uno dei posti più frequentati dai suoi lettori, e di cui lei parla molto nei suoi libri, è la scuola. Le scuole italiane e americane sono molto diverse tra loro. In più, lei ha avuto la possibilità di vedere la scuola sia dal punto di vista dei bambini che da quello dell’adulto, durante i suoi Tour. Quali scuole ha frequentato? Che giochi faceva da piccolo con i suoi coetanei? Ha qualche aneddoto o ricordo che l’ha aiutata da adulto a comprendere meglio i bambini?   Come si è trovato da adulto a essere “dall’altra parte” della cattedra?

Negli Usa ho frequentato l’asilo e non credo ci siano grandi differenze con quello italiano. Forse una maggiore attenzione per l’attività fisica (facevamo molta palestra) e per la nutrizione. Un aneddoto che spesso racconto è che nell’asilo americano ci facevano bere solo latte. Nient’altro, neanche acqua. Ci ripetevano fino allo sfinimento che avevamo bisogno di calcio, per crescere bene. Credo che negli Usa ci sia tuttora grande attenzione alla nutrizione dei bambini, il che può sembrare un paradosso per una nazione che è la patria del Junk-food (cibo spazzatura), ma i bambini, almeno fino a una certa età, ne vengono risparmiati. In Italia probabilmente succede il contrario: dal punto di vista nutrizionale si dà troppa libertà ai bambini, concedendo troppe merendine e cibi insalubri. Crescendo, aumenta la coscienza intorno al cibo, grazie anche ad una cultura e ad un clima che sono culla di una delle diete migliori del pianeta.

Tornato in Italia, oltre alla scuola elementare e alle medie, ho frequentato il Liceo Scientifico. Da bambino giocavo tanto per strada: calcio, biglie, nascondino, figurine erano i miei giochi preferiti. Pochi video-giochi, anche se iniziavano a diffondersi in quel periodo. E anche pochi libri: è vero, sono diventato un assiduo lettore all’età di 14 anni. Forse tardi. Ma si fa sempre in tempo.

Con i bambini non ritengo ci siano aneddoti precisi che mi abbiano aiutato con la mia attività di scrittore. Riguarda semplicemente il mio carattere e la mia voglia di divertirmi ed essere sincero.

Non riesco a spiegare bene il perché mi trovi così a mio agio con i bambini. È una questione di empatia, credo. È perché hanno tanto futuro negli occhi. Ma è un futuro sano, che non crea ansia. C’è entusiasmo per le cose se verranno.

E anche se una cosa non succede oppure va male, pazienza. E che sarà mai?

“Ogni cosa è illuminata” per citare un romanzo di Safran Foer, ogni cosa è un regalo. Niente ci è dovuto!

Io credo di avere lo stesso sguardo sul mondo. E cerco di conservarlo, stando il più possibile immerso tra i bambini.

3- Alcune famiglie, che vanno a vivere all’estero, parlano due lingue: quella del paese ospitante e quella del paese di origine. Quando era in America i suoi genitori erano soliti parlare in italiano tra di loro all’interno delle mura di casa? Oppure in casa D’Ignazio si parlava solamente l’inglese proprio per facilitare l’ambientamento in un diverso clima culturale? 

Si parlava l’inglese. E ti dirò di più: mia madre ha continuato a parlarmi in inglese fino all’età di 10 anni, perché voleva che non perdessi dimestichezza. Le devo molto per questo, anche se con l’adolescenza mi sono ribellato a questa sua abitudine. Mi vergognavo quando mi parlava in inglese davanti ai miei amici. Ed ero un po’ stufo. Ma col senno di poi mi è tornato molto utile. L’inglese è una lingua che ho dentro di me. Basta un po’ di riscaldamento, due o tre giorni di pratica e riesco a parlare fluentemente.

4- Mia mamma da piccola mi leggeva sempre le storie di Roald Dahl prima di andare a letto, facevano così anche i suoi genitori? C’era un libro preferito che leggeva in continuazione?

Sì, mi leggevano delle storie, ma come ho già detto in precedenza non avevo una predilezione per i libri. Mi piaceva stare in strada. Ero un bambino selvaggio e un po’ ribelle. Ad Athens Ohio il mio gruppo di amici veniva scherzosamente definito “the mafia boys”. Io non sapevo neanche cosa fosse la mafia. Però si capisce che eravamo bambini piuttosto irrequieti.

Rodari, Dahl e tutti gli altri sono venuti dopo. Molto dopo. Ho letto i classici della letteratura per l’infanzia solo quando mi sono trovato dentro questo mondo, dopo la pubblicazione di “Storia di una matita”. E molte affinità sono assolutamente spontanee. Non c’è stata lettura o studio, prima della scrittura.

7- Ha iniziato subito a scrivere libri per l’infanzia oppure voleva dedicarsi a libri di genere diverso da quello che poi è diventato il suo “settore”? Vorrebbe provare a scrivere qualcosa di diverso? Un libro giallo? Un libro storico?

Foto incontriMi piaceva scrivere e basta. Non avevo in testa generi o settori. Anzi, li ripudiavo. Io volevo divertirmi e divertire, riflettere e far riflettere. Quando ho capito che la letteratura per l’infanzia riusciva a divertirmi e a divertire anche tanti lettori, ho scelto questa strada. E per ora non ho intenzione di prenderne altre. Però, vedremo…

Ciò che mi interessa è provare a scrivere qualcosa di utile, solido e irripetibile.  Sono i 3 aggettivi che utilizza il sociologo Walter Benjamin per definire un buon racconto. Utile perché la lettura deve lasciarci qualcosa di utile, un consiglio, degli strumenti che ci aiutino ad affrontare la vita di tutti i giorni. Non può essere solo intrattenimento.

Solido perché non deve cedere al tempo, alle mode, alle tendenze del momento.

Irripetibile, cioè originale. Bisogna provare ad aggiungere qualcosa di proprio, un piccolo tassello di originalità e artigianalità. Non duplicabile.

8- Spesso gli scrittori si scoraggiano soprattutto agli inizi della loro carriera quando le loro opere non vengono considerate dalle case editrici. Ci sono stati dei momenti in cui voleva lasciare perdere, un po’ come il protagonista del suo racconto “Sdjsak”?

No. Ero abbastanza sicuro di farcela. Perché ci credevo con tutto me stesso. Ero consapevole delle difficoltà, ma allo stesso tempo sapevo che non era impossibile (nulla è impossibile). Dipendeva solo da me. Dovevo impegnarmi.

Certo, qualche momento di sfiducia c’è stato, è inevitabile, come per il protagonista di Sdjsak. Avevo bisogno (ne ho tuttora) di qualche momento di alleggerimento, lasciandomi sopraffare da dinamiche molto più grandi di noi (come nel caso della notte in balia del mare mosso e dell’eruzione del vulcano in Sdjsak) ma è stato un periodo di grande intensità e uno dei libri fondamentali è stato “Martin Eden” di Jack London, libro autobiografico che racconta proprio questo: le difficoltà a pubblicare e a ottenere considerazione nel contesto letterario. Ma Jack London era un tipo tosto e mi sono rispecchiato in lui, nella sua caparbietà e in come riusciva a trasformare tutti i primi rifiuti (che sono sempre tanti) in forza e coraggio. Mai abbattersi, se si è fermamente convinti in ciò che si fa.

9- Ogni scrittore, prima di scrivere, si ispira a qualcosa che lo circonda o che gli capita. Lei da cosa prende l’ispirazione quando vuole scrivere qualcosa? Come nasce una storia?

Ogni storia ha una nascita diversa.

In “Storia di una matita”, ad esempio, il primo elemento è stato il sogno. Non avevo in mente né matite, né metamorfosi. Volevo raccontare l’intensità che si prova nell’inseguire un sogno. Io ero alle prese con il mio: diventare uno scrittore. Poi è arrivata la matita, perché un’amica lesse un mio breve racconto in cui c’era una frase che recitava così: “vorrei avere la vita temperata come una matita”. Questa amica la trovò così bella e carica di suggestioni che mi disse: “Perché non scrivi una storia su una matita?” Fu una bella dritta. E così arrivò il terzo elemento, la metamorfosi, che devo tutta ad un raffreddore e ad un gesto: mettersi le dita del naso, che è incredibilmente simile al gesto di temperare la matita. È stata un’equazione: mettersi il dito nel naso = temperarsi il dito che, quindi, si è trasformato in una matita. Da qui è partita la storia.

Insomma, sono tanti elementi che vanno a concatenarsi l’un l’altro, alle volte in forma anche fortunosa. Quando ho una storia tra le mani lo capisco da questo.

10- I giochi di parole come insegnare/disegnare, ghirigori/rigori oppure frasi del tipo, cito dal libro: “La mia specialità è un Pollok con patate al forno. Ne vado Giotto. È un piatto che Kandjskij con tante spezie e dopo averlo mangiato sono sempre Sanzio. Oh! E non dimentichiamo il vino, appena travasato dalle Botticelli” sono molto presenti nei suoi libri. Come nasce questa passione per i giochi di parole e da dove prende spunto?

Nasce dal mio periodo radiofonico. Ho fatto lo speaker in una radio di Cosenza, che trasmetteva in tutta la Calabria, per più di 8 anni, iniziando giovanissimo, all’età di 16 anni. Uno di questi programmi era quasi interamente composto da giochi di parole. InMichele D'Ignazio quel periodo mi ispiravo a Bergonzoni. La maggior parte li ho scritti quando avevo 23 e 24 anni e molto spesso mi basta andare a ripescare dall’archivio per trovarne di interessanti, da inserire nei miei racconti. Altri invece vengono fuori durante gli incontri con i bambini, come ad esempio i “calci ghirigori”. Mi capitò in Puglia, nel 2013. Ho riportato l’esperienza nel libro “Storia di una matita. A scuola”, così come è successa a me, fedele alla realtà dei fatti.

11- Nel suo primo e secondo libro parla anche del sogno e delle controindicazioni e cioè che va bene sognare e cercare di realizzare il proprio sogno, ma non bisogna perdere di vista la realtà. Dice spesso che lo scrittore deve stare in equilibrio tra la realtà e la fantasia.  Può approfondire questo suo pensiero?

Credo che il segreto della felicità (che forse è una parola troppo grossa e preferisco dire “dell’esser contenti”) sta in un gioco di equilibri. Si è contenti e soddisfatti solo trovando un equilibrio tra i tanti elementi che compongono la vita di ognuno di noi, cercando di non rinunciare a niente, ma semplicemente dando il giusto spazio, la giusta misura.

12- Nei suoi libri si percepisce molto la voglia di scoprire, svelare, fare nuove esperienze. Basta vedere “Storia di una matita” dove il protagonista cerca di scoprire dove lo condurrà la sua passione. E il suo terzo libro “Pacunaimba” nel quale il viaggio è uno dei temi fondamentali. La sua passione per il mondo che ci circonda e per il nuovo e il diverso da dove viene?

Sicuramente dalla mia infanzia e dai miei genitori. Come ho già raccontato in precedenza, mi hanno fatto viaggiare tanto e sono a loro grato per questo.

13- Ora che il suo sogno di diventare scrittore si è realizzato ha altri sogni?

Bé, credo che abbia ancora tante cose da dire e da scrivere, come scrittore, quindi sono ben lontano dal sentirmi realizzato. Ma al di là della scrittura, il mio sogno è di riuscire sempre a viaggiare, il che non è facile perché per “viaggio” intendo quelli veri, che durano giorni, mesi, e senza troppe comodità (un po’ come in Pacunaimba). Prendere un aereo, andare a Londra due giorni e tornare, per me non è viaggiare. Il mondo rischia sempre più di diventare un unico grande villaggio, ma vale ancora la pena esplorarlo. E in questo mio desiderio devo essere bravo a trovare un equilibrio tra i tanti elementi che compongono la mia vita: la famiglia, i libri, la natura e tutto il resto.

14- C’è qualche autore di libri per ragazzi che ammira particolarmente e a cui si ispira?

Mi piace molto Guus Kuijer e la sua serie dedicata a Pollecke, la ragazzina di 13 anni che vive ad Amsterdam. Mi piacciono alcuni autori inglesi come David Almond e Aidan Chambers. Mi piace tantissimo l’americano Andrew Clements: “Drilla”, “La pagella” e tutti gli altri suoi racconti che hanno un’unica ambientazione, la scuola.

Lapo Ceramica

Storia di una matita Michele D'Ignazio

 

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