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Piccola bibliografia per aspiranti scrittori (e non solo)

In occasione di alcuni corsi di scrittura da me curati, rivolti principalmente a ragazzi dai 14 ai 18 anni, ho rispolverato un vecchio scritto del 2012 che però (forse) ha ancora una sua validità. Ripercorre in breve la mia passione per la letteratura, citando alcuni libri che mi hanno cambiato la vita.

Piccola bibliografia
per aspiranti scrittori (e non solo)

Con l’uscita di “Storia di una matita”, vengo spesso invitato a incontrare bambini, ragazzi, adulti, con l’intento di parlare del libro, ma anche della mia breve ma intensa esperienza di giovane scrittore.
Mi viene chiesto: “Parla di te, di come si possano scegliere strade alternative e provare a fare qualcosa di diverso, come scrivere libri, ad esempio”.
E così ho iniziato a raccontare la mia passione per la scrittura, i libri e gli autori che più mi hanno segnato.
Il problema è che ogni volta cambio versione. Ogni volta esce fuori una storia diversa. È difficile trovare un’origine precisa, un impulso decisivo. Ce ne sono tanti.
Probabilmente il grande interesse per i libri nasce ai tempi del liceo, che iniziai molto bravo in matematica e completamente disinteressato alle materie umanistiche e ne uscii con una quasi insufficienza in matematica e una grande passione per la scrittura: volevo fare il giornalista, volevo scrivere per quotidiani e riviste.
Molto è dipeso dalla mia professoressa d’italiano che, oltre che brava, era molto attiva e si vedeva che ci metteva passione, che non era lì semplicemente per ripetere ciò che leggeva sui libri di testo e per metterci dei voti, aspettando il suono della campanella. Organizzava corsi pomeridiani dedicati alla scrittura creativa, oltre che incontri di approfondimento con scrittori e giornalisti.
Ricordo molto bene che, ai quei tempi, c’era una convenzione con un giornale locale che adesso non esiste più, “Il Domani”, che arrivava ogni mattina in classe e durante la ricreazione si poteva leggere. Beh, io mi fiondavo su quel giornale e mi leggevo tutte le notizie. Mi scoprivo, giorno dopo giorno, sempre più interessato a quello che accadeva nel mondo, dal quartiere dove abitavo fino all’Afghanistan, al Brasile, al Giappone.
Ma la cosa che mi sorprendeva di più è che ero l’unico a fiondarmi su quel giornale, agli altri non interessava.
Facevo il terzo liceo ed ho iniziato a leggere tantissimo: leggevo tutti i libri che trovavo a casa e cominciavo ad andare in libreria e a comprarne di nuovi.
Poi, in quarto liceo, ho iniziato a scrivere i miei primi articoli. Li mandavo al “Quotidiano della Calabria” e venivano pubblicati nella sezione delle “Lettere”. Ricordo che la mia prof li appendeva in bella vista sulla bacheca della scuola.
E così scrivevo, a volte in maniera confusa, estemporanea, a volte in maniera più metodica.
Finito il liceo, mi sono iscritto alla facoltà di Scienze Politiche e lì l’idea era quella di fare il giornalista, ma cambiai presto strada. Perché quando chiedevo ai miei compagni di corso quale lavoro volevano fare, a cosa aspiravano, tutti mi dicevano: “Voglio fare il giornalista o la giornalista”.
Allora, iniziai a leggere romanzi.
Prima leggevo molti saggi e qualche romanzo.
In poco tempo mi ritrovai a leggere molti romanzi e qualche saggio.
E iniziò a girarmi in testa l’idea che scrivere romanzi non era in fondo allontanarsi dalla realtà, non era una minor capacità e possibilità di esprimere le proprie idee, ma anzi il messaggio arrivava più potente, più efficace.
Si poteva raccontare il mondo reale raccontando una storia fantastica.
Si potevano esprimere le proprie idee non spiegandole, in maniera astratta, ma raccontandole in una storia, inventando dei personaggi. Una scoperta incredibile!

Più o meno in quel periodo iniziai a leggere uno dei miei autori preferiti, Milan Kundera, scrittore di Praga, rifugiatosi a Parigi dopo l’invasione sovietica del ‘68 e

L'arte del romanzo (copertina)autore dell’Insostenibile leggerezza dell’Essere, dell’Immortalità, La lentezza ed altri libri estremamente importanti per la mia crescita.
Ma il libro che consiglio agli (aspiranti) scrittori (e non solo) è “L’arte del romanzo” che, paradossalmente, è un saggio.
Nel libro è contenuto uno degli insegnamenti più grandi, per me.
Kundera, rispondendo a una delle domande che più di frequente viene rivolta agli scrittori (“Il romanzo è autobiografico?”), dice: “I miei romanzi non sono autobiografici, non parlo mai di me, anzi dovrebbe essere una regola generale: non parlare mai di se stessi, ma concentrare lo sguardo e la narrazione sugli altri, sul mondo esterno. Indirettamente, racconteremo noi stessi, attraverso il nostro sguardo”.
Fu una grande rivelazione, perché si ha sempre la tendenza a scrivere di sé, soprattutto quando si è più giovani e ingenui. Il romanzo non è un diario e lo scrittore non deve essere egocentrico. Ma questo non significa rinunciare a sé, alle proprie idee e alla propria visione del mondo. Anzi, forse, raccontando indirettamente, in maniera più soave, il messaggio che si vuole mandare arriva più efficacemente.
È questa via indiretta, questa strada più lunga, ma anche più divertente che andava percorsa: non la pesantezza e l’arroganza di dire “A me questa cosa non piace!” (o, all’opposto, “A me questa cosa piace!”) ma farlo attraverso il proprio sguardo, dirlo raccontando e tessendo storie e personaggi.
Raccontare, non spiegare, diceva Salinger.
E soprattutto porre il mondo al centro, non il proprio “Io”.
Il primo insegnamento: cercare una via indiretta di dire le cose, raccontandole, perché è più bello, più stimolante, ma soprattutto più efficace.

 

Qualche mese più tardi mi ritrovai tra le mani “Il banchiere anarchico”, che è un libricino di Fernando Pessoa assolutamente geniale. È il dialogo tra due personaggi, la voce narrante e il banchiere anarchico, che inizia così:
“Mi hanno detto che lei è anarchico, pensì un po’…”
“Sì, sì, è proprio vero.”
“Ma come è possibile che un banchiere sia anarchico?”
Da qui parte il racconto, la riflessione e l’argomentazione del banchiere che cercherà di convincere voce narrante e lettore che, sì, lui è anarchico. Adesso, a prescindere dal fatto che il banchiere vi convinca o meno, il libro va letto.

Il Banchiere anarchico (copertina)

Perché è un breve manifesto in forma di dialogo, un racconto assoluto sulla libertà, libertà di pensiero e di azione, su come un banchiere può essere più anarchico di un anarchico, e un anarchico più capitalista di un banchiere, e uno di sinistra più di destra di uno di destra, e uno di destra più di sinistra di uno di sinistra. Un breve racconto che insegna ad andare oltre le etichette e le apparenze: quello che conta è l’agire, quello che fai e soprattutto il tuo punto di arrivo. È un romanzo sull’avere una visione globale della complessità del mondo, lungimiranza e un’interpretazione personale e libera.
Questa era la seconda lezione, sulla libertà: non importa quello che gli altri pensino, ma bisogna azzardare, bisogna dire la propria, come arrivare a sostenere che un banchiere sia anarchico.

Insomma, la mia passione per la scrittura continuava, aumentava, si alimentava.
Finita l’università andai a Torino a frequentare una scuola di scrittura. Scrivevo tanto, iniziai a spedire manoscritti e a contattare gli editori. Ricevevo complimenti ma nessuna proposta di pubblicazione.
E qui arriviamo alla terza tappa fondamentale, ci metto l’esperienza e un libro che conferma l’esperienza, un libro bellissimo: “Martin Eden” di Jack London.
A Torino, la maggior parte dei miei compagni di scuola, con qualche dovuta eccezione, non facevano altro che scrivere di sé, dei diari praticamente (il contrario di quello che diceva Kundera). E scrivevano storie che reputavo banali, senza neanche provare a scrivere qualcosa di nuovo, di originale, di libero (il contrario dell’insegnamento di Pessoa). In più, erano svogliati. I nostri “prof” chiedevano: “Scrivete un racconto per il week-end!”
Io non vedevo l’ora e gli altri dicevano “No, ma non ce la facciamo, abbiamo tanto da fare…”
“Che mondo!”, pensai.
Ero deluso. Non dai professori, alcuni molto bravi e illuminanti (e questa è un’altra storia), ma dai miei compagni, dalla mia generazione. Mi aspettavo di trovare fermento, confronto. E invece tutti scrivevano di sé e si chiudevano a riccio se provavi a fare una critica costruttiva.
Ma io andavo avanti e spedivo agli editori e facevo leggere, ma non riuscivo a pubblicare.
E scrivevo ancora di più! Mandavo e rimandavo. Ma niente.
Capitava in quell’anno, il 2009, l’anniversario dei 100 anni dalla pubblicazione di “Martin Eden” e il Circolo dei Lettori di Torino dedicò un mese alla figura di Jack London.
Allora iniziai a leggerlo. Rilessi “Il richiamo della foresta”, già letto alle scuole medie. Ma questa volta ne rimasi folgorato.
E poi “Martin Eden” che, a dimostrare che il bello della letteratura è che, pur stabilendoMartin Eden (copertina) delle regole, non ha regole, è un romanzo per lo più autobiografico. Racconta la vita di Martin Eden, un passato da marinaio, un’educazione misera, che un giorno legge per caso un libro di poesie. E gli piace, gli piace tanto. E si mette a scrivere. E scrive cose belle, ma vengono rifiutate da ogni editore. E scrive ancora e manda agli editori e viene sempre rifiutato, per lo più perché fuori dagli ambienti letterari. Accumula rifiuti e viene respinto anche dalla ragazza di cui è innamorato. È una vita di rifiuti. Il mondo, tutto il mondo che ha intorno, gli sembra sbagliato, ipocrita.
Però la cosa incredibile è che Martin Eden anziché demoralizzarsi, acquista forza da questi rifiuti, sembra che tutte le sfortune gli diano sempre più forza. Si fa in quattro, in otto, lavora come un matto di giorno e scrive senza pause di notte. È stupefacente!
E mi immedesimai totalmente in questo personaggio, vissuto 100 anni prima di me, in California. E ne trassi forza! E andai avanti.
Ed ecco il terzo insegnamento: la forza, il coraggio, a volte l’ostinazione. E la grande fiducia nelle proprie capacità.

Michele D’Ignazio

Email: micheledignazio@gmail.com

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